Venerdì, 17 Aprile 2026

Vescovo Scillaci crismaLamezia Terme, 14 aprile 2022 - “Cantiamo per sempre questo amore del Signore, nonostante il clima che respiriamo, difficile, pesante, per la pandemia, per la guerra, per tutte le guerre. Cantiamo questo amore come suoi discepoli, discepoli del Signore”. Così il vescovo della Diocesi di Lamezia Terme, monsignor Giuseppe Schillaci, nell’omelia durante la celebrazione eucaristica della Santa Messa del Sacro Crisma, officiata stamani in cattedrale.

“In questa celebrazione – ha aggiunto il Vescovo - lasciamo riecheggiare il canto che abbiamo fatto poco fa tutti insieme: ‘Canterò per sempre l’amore del Signore’. Questo è bello: quando tutta l’assemblea canta, non soltanto una parte, ma tutta l’assemblea ed all’unisono si partecipa al canto”. Un canto al quale, spiritualmente, sono stati uniti anche i vescovi emeriti, monsignor Vincenzo Rimedio, che quest’anno compirà 40 anni di episcopato, e monsignor Luigi Cantafora, insieme all’arcivescovo emerito di Aversa, monsignor Mario Milano, che si è definito “presbitero della nostra Chiesa”, che monsignor Schillaci ha chiamato prima della celebrazione eucaristica.

Per monsignor Schillaci, infatti, “è bello quando ci si sente partecipi. Insieme con loro e con voi – ha detto -, voglio cantare sempre l’amore del Signore. Lo facciamo insieme come presbiteri e come popolo di Dio che è in Lamezia Terme, in cammino. Lo fanno tutti i presbiteri questa mattina dai più giovani ai più avanti negli anni tra cui don Armando che quest’anno compie 60 anni di sacerdozio. Leviamo, insieme, questo canto ‘Canterò per sempre l’amore del Signore’. Questo canto si leva forte, soave, credibile quando in particolare il presbiterio insieme con il Vescovo si adopera per la comunione, per l’unione. Non sono parole mie, sono parole di Sant’Ignazio di Antiochia: ‘Perciò procurate di operare in perfetta armonia con il volere del vostro vescovo, come già fate. Infatti, il vostro venerabile collegio dei presbiteri, degno di Dio, è così armonicamente unito al vescovo, come le corde alla cetra. In tal modo nell’accordo dei vostri sentimenti e nella perfetta armonia del vostro amore fraterno, s’innalzerà un concerto di lodi a Gesù Cristo. Ciascuno di voi si studi di far coro.

Forse ciascuno dovrebbe studiare sé stesso ed industriarsi a come far coro. Tutti quanti noi pensiamolo come il nostro compito, come il nostro programma di vita: studiarsi a far coro. Certo non è assolutamente facile. E lo sappiamo tutti quante difficoltà, quanti ostacoli ci sono dentro di noi e ci sono fuori di noi. Ma è questo il proposito che vogliamo darci. E, quindi, avviare tutti quei percorsi che sono in ogni uomo perché l’uomo ha tutte queste potenzialità. Non è possibile che si debba fare solo ostruzionismo, ostacoli. Non è possibile, e lo diciamo in questi giorni per la guerra, che non si possa trovare una via. Quando l’irrazionale prevale, quando lasciamo che prevalgano altre logiche non è facile. Il cammino sinodale che stiamo vivendo cogliamolo come un momento opportuno che giunge nella nostra vita perché possiamo camminare insieme come Chiesa, come presbiteri, ciascuno con il suo passo, con le sue specificità, i suoi doni, i suoi carismi. Il cammino sinodale intrapreso dovrà sempre più rinsaldare i vincoli di ciascuno di noi che fanno di noi un coro che cerca di accordarsi sempre di più, sempre meglio. Non riduciamo questo tempo che ci viene offerto come qualcosa di strumentale o di burocratico, ma viviamolo come evento teologico. La Chiesa in Sinodo ci faccia riscoprire sempre più la dimensione del Mistero. La Chiesa in Sinodo è opera dello Spirito Santo e non c’è Sinodo senza Spirito Santo”.

Quindi, un pensiero al giorno dell’ordinazione sacerdotale, invitando a “ringraziare il Signore pensando a quel momento, a quelle persone che erano presenti, a partire dai nostri Vescovi, ai presbiteri che ci hanno imposto le mani. Pensare a tutti coloro che hanno contribuito a fare la nostra formazione: genitori, formatori. In questi giorni – ha affermato monsignor Schillaci - nella mia mente e nel mio cuore ci sono tante di queste persone. Quel giorno siamo stati unti. E se ungiamo siamo unti. L’unzione è la nostra vita, è la nostra missione”.

Prima della celebrazione, il vicario generale, monsignor Giuseppe Angotti, ha letto, a nome del presbiterio, un messaggio rivolto al Vescovo: “Siamo qui oggi, Giovedì Santo, come suo presbiterio – ha detto, tra le altre cose - , per ricordare, insieme con Lei, la nostra Ordinazione Sacerdotale e lo facciamo insieme ai Diaconi, ai Religiosi, alle Religiose, ai Fedeli Laici con i quali quotidianamente condividiamo l’avvincente esperienza dell’annuncio della gioia del vangelo all’interno di questa nostra Chiesa diocesana. Lo facciamo, quest’anno, con il cuore abitato anzitutto dalla tenue speranza di poter vedere presto un completo ritorno alla normalità di vita dopo due anni di pandemia che ancora, però, non ci ha lasciati: sono stati anni in cui niente ci è sembrato normale e in cui abbiamo dovuto reinventarci interiormente e pastoralmente per poter custodire e continuare a servire la fede delle nostre sorelle e dei nostri fratelli all’interno delle comunità parrocchiali in cui operiamo in comunione con Lei. Lo facciamo con lo sguardo orante rivolto al centro della nostra Europa e con il cuore appesantito dagli eventi di atroci e disumane guerre, assolutamente incomprensibili, come quella che si sta consumando davanti a noi: è essa una tragedia, per alcuni versi anacronistica, che come tutte le guerre, è in sé stessa un’inutile strage capace solo di portare terrore, disperazione, povertà, fame e morte: sentiamo di fare nostro il dolore e le speranze del popolo ucraino portandole sacerdotalmente oggi su quest’altare senza stancarci di invocare da Dio il dono della Pace! Lo facciamo, però, anche in un tempo ecclesiale bello e quanto mai impegnativo e coinvolgente per tutto il Popolo santo di Dio proprio in quanto Popolo: il tempo Sinodale.

In quanto Presbiteri abbiamo bisogno, Eccellenza, di comprendere che in questo cammino sinodale noi per primi siamo chiamati a starci sì con la nostra identità sacerdotale, di persone cioè che sanno che l’essere sinodali ci appartiene quasi ontologicamente in virtù della missione stessa che Cristo ci ha affidato facendoci partecipi della sua, ma anche come discepoli tra discepoli perché non ci accada di non sentircene coinvolti esistenzialmente rimanendone ai margini e non gustandone la bellezza”.

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