Giovedì, 08 Ottobre 2026

Isabella FioreLamezia Terme, 19 dicembre 2015 - “L’ingiustizia ha sconvolto il benessere del mondo”, Eugenio Scalfari, lo affermava  nel domenicale editoriale del 5 aprile 2009  richiamando la concreta ricomparsa, nel vocabolario del vertice dei potenti del mondo riuniti a Londra, del principio della giustizia sociale, in una prospettiva realistica di sbocco apocalittico conseguente all'eventuale fallimento di un nuovo patto sociale mondiale. Richiamò, nella circostanza, il lascito evangelico: “È più facile che un cammello passi nella cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli” e prospettò il rischio di una totale assenza di crescita senza redistribuzione del reddito e della ricchezza.

Trentaquattro anni prima, nella Relazione al XIV Congresso del P.C.I., 18-23 marzo 1975, Enrico Berlinguer, allargando a dimensione planetaria il discorso Gramsciano sulla questione meridionale, scriveva: “Nessuna politica è valida, nessun avanzamento e rinnovamento è possibile in Occidente se non contiene in sé la soluzione dei problemi del Terzo e Quarto mondo”. Da questi esemplari richiami non potevano essere escluse, e non possono esserlo a maggior ragione oggi, le tematiche relative alla tutela dell'ambiente e del nostro ecosistema. L'ultima Conferenza di Parigi, infatti, arriva dopo continue e sistematiche analisi dei rischi per il futuro del pianeta, senza che nessuno, nel frattempo avesse issato argini concreti al proliferare di un modello di sviluppo economico che ha soddisfatto senza limiti le mire di sfruttamento delle risorse da parte dei potenti della terra, riducendo conseguentemente  alla miseria grandi masse di uomini, donne e bambini  e occupando i mari di zattere colme di gente che evade dalla fame e dalla disperazione. Gli impegni assunti, con l'accordo globale di Rio de Janeiro nel 1992, sono stati sostanzialmente disattesi se  nella Conferenza di Parigi sul clima, conclusasi l'11 dicembre 2015, i paesi intervenuti hanno concordano sull'obiettivo di "evitare un disastro climatico globale" attraverso la riduzione delle emissioni, senza che nessuno di quelli che contano abbia  osato mettere in discussione il modello di sviluppo che l'ha prodotto. Il contenimento della temperatura al di sotto dei 2 gradi centigradi è l'obiettivo minimo conseguito nell'accordo di Parigi e per centrarlo le emissioni devono cominciare a calare dal 2020, ma i produttori di petrolio e gas (tanto le imprese quanto i paesi) si sono opposti e hanno ottenuto che non si specificasse una data per la decarbonizzazione dell’economia, sostenendo di fatto il ruolo dei paesi petroliferi del Medio Oriente, preoccupati dalla prospettiva di un'economia mondiale meno assetata di combustibili fossili. In ragione di tutto ciò, temo che Parigi, con le sue timide novità, possa continuare l'elenco dei mancati appuntamenti a partire dal Protocollo di Kyoto, ratificato entro il 2005 da quasi tutti gli Stati del mondo ma con un'eccezione significativa, gli Stati Uniti d'America che si rifiutarono di sottoscrivere un trattato legalmente vincolante che imponeva tagli delle emissioni solo ai paesi sviluppati. Senza dimenticare Copenaghen nel 2009 in cui si affermò la necessità di porre un limite al riscaldamento globale, ma non sulle modalità e sugli impegni reciproci per la riduzione delle emissioni. Risultati, dunque, deludenti nati dalle riserve di chi sa benissimo che una  riduzione globale delle emissioni potrebbe determinare un nuovo assetto dell'economia mondiale, costringendoci a rivoluzionare il nostro modo di procurarci il cibo e di viaggiare, con profondi impatti sul nostro tenore di vita e persino sulla distribuzione geografica delle popolazioni.  Nell'Enciclica "Laudato si" Papa Francesco ci ricorda:
"L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale. Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta: «Tanto l’esperienza comune della vita ordinaria quanto la ricerca scientifica dimostrano che gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera.
Per esempio, l’esaurimento delle riserve ittiche penalizza specialmente coloro che vivono della pesca artigianale e non hanno come sostituirla, l’inquinamento dell’acqua colpisce in particolare i più poveri che non hanno la possibilità di comprare acqua imbottigliata, e l’innalzamento del livello del mare colpisce principalmente le popolazioni
costiere impoverite che non hanno dove trasferirsi. L’impatto degli squilibri attuali si manifesta anche nella morte prematura di molti poveri, nei conflitti generati dalla mancanza di risorse e in tanti altri problemi che non trovano spazio sufficiente nelle agende del mondo."
Santità! Lei ha chiuso, con una riflessione di enorme spessore, un cerchio di preoccupazioni che ha quasi mezzo secolo di storia e che porta il peso di una cosmica disattenzione sul significato e sul valore della sobrietà e sul rispetto del "CREATO".Grazie Santità, per l'attenzione che Lei pone per i poveri e per la preoccupazione per le cause dell'impoverimento. E grazie per averci ricordato delle occasioni perdute nell'esprimere concretamente  semplici atti d'amore verso l'ambiente e verso noi stessi che dovremmo esserne gelosi custodi.

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