Lamezia Terme, 4 ottobre 2012 - Riceviamo e pubblichiamo. Era l’11 settembre del 1986 quando Enzo Tortora, rivolto ai giudici, disse: Io sono innocente, spero di cuore che lo siate anche voi! Quella frase probabilmente la ricorderanno in molti, ma non è servita, in questo trentennio, a fare in modo che l’ignominia subita dal giornalista non si ripetesse più. Se il caso Tortora rappresenta il processo più ingiusto che l’Italia rammenti ogni qual volta la giustizia miete una nuova vittima, a mio avviso, Tortora, simbolo degli errori e degli orrori giudiziari, resta in carcere ogni giorno di più! E se non è valsa la sua atroce esperienza a far cessare le lungaggini dei processi penali (attualmente, sono circa 30mila i detenuti in attesa di giudizio), l’abuso del carcere preventivo, la situazione di indecenza delle carceri, vorrà dire che, nel nostro Paese, di vittime non ce ne saranno mai abbastanza. “Un Paese che non vede la propria vergogna è un Paese peggio che cieco. Un Paese che, accecandosi, vive felice, io non riuscirò mai a tollerarlo” (E. Tortora). In Italia, ogni anno, sono circa 6mila le persone arrestate ingiustamente! Ed io sono una di queste! Dal 15 dicembre 2010, data del mio arresto assieme a mio padre Raffaele Misuraca (imprenditore), Francesco Muraca (commercialista ed allora Revisore dei Conti del Comune di Lamezia Terme), Pierpaolo Muraca (ingegnere), Gennaro Renda (ragioniere), Antonio Renda (ingegnere), Giuseppino Cristiano (geometra) e Pasqualino Renda (elettricista), a parte scrivere (unica arma di sfogo alla rabbia, dolore e senso d’impotenza di ritrovarsi in un incubo senza colpa alcuna), mi sono ampiamente dedicata allo studio della vicenda Tortora, quasi a trovare nei testi un conforto ed un confronto rispetto alle tremende sensazioni che stavo vivendo. Ma ho anche scoperto motivo per sentirmi in colpa! Sì, perché, tutto quell’interesse verso il caso, avrei dovuto coltivarlo molto tempo prima di divenire, io stessa, vittima di un errore giudiziario, senza cedere, inconsapevolmente, alla logica causticamente definita dal poeta lametino Franco Costabile “amaro chi ci capita!”. RaiUno ha trasmesso, proprio in questi giorni, il film TV Il caso di Enzo Tortora, dove eravamo rimasti, due puntate dedicate ad una delle pagine più vergognose della storia italiana. Ho, quindi, scelto consapevolmente di intervenire sulla mia vicenda giudiziaria nel periodo dell’uscita del film, per ricordare che non si tratta di una fiction davanti alla quale indignarsi giusto il tempo di uno zapping, ma di una vergogna che tutt’oggi macchia l’Italia, una vergogna che, ancora oggi, si perpetua e che di certo Tortora (impegnato in seno al Parlamento europeo col Partito dei Radicali in una strenue battaglia per una Riforma della Giustizia mai avvenuta) avrebbe continuato a non tollerare! Dunque, dove eravamo rimasti? Veniamo arresti (ai domiciliari) il 15 dicembre 2010, con l’accusa di essere prestanomi di Pietro Iannazzo, esponente, secondo i giudici lametini, del noto clan mafioso. Fino al giorno prima, eravamo persone perbene e rispettabili, senza una macchia. Il giorno dopo, in pasto alle peggiori cronache, senza pietà. In base alla ricostruzione degli inquirenti, io, mio padre e gli altri indagati saremmo stati soci fittizi della Emmedue srl e della Coeme srl, società lametine operanti nel settore degli appalti pubblici che, però, sarebbero state, di fatto, riconducibili a Pietro Iannazzo: quest’ultimo, in particolare, si sarebbe avvalso dei nostri nomi per mascherare l’effettiva proprietà a suo nome delle due Società, così sottraendo le stesse ad eventuali misure di prevenzione patrimoniale antimafia! Punto di partenza dell’inchiesta, un’informativa del Commissariato di Polizia di Lamezia ove si riportano una serie di telefonate che, secondo l’interpretazione datane dagli investigatori, facevano ritenere Pietro Iannazzo unico socio ed amministratore di fatto delle due suddette Società. Sarà invece dimostrato che le intercettazioni riguardavano alcuni lavori svolti, dalla Emmedue srl e dalla Coeme srl, in collaborazione con una terza società (la Deltavi Costruzioni srl) della quale ultima Pietro Iannazzo risultava essere dipendente regolarmente assunto con funzioni di capo cantiere: dunque, collaborazioni tra società, pienamente lecite nonché attestate da regolari contratti di subappalto, autorizzati preventivamente dalla stazione pubblica appaltante. Il dato più sconcertante dell’inchiesta Delta è la superficialità investigativa con la quale si è pervenuti alla richiesta ed alla concessione delle misure cautelari personali. Infatti, pur trattandosi dell’ipotesi di un reato patrimoniale, gli inquirenti, prima di chiedere ed ottenere gli arresti di tutti noi, non hanno mai compiuto la benché minima indagine patrimoniale, né sulla Emmedue srl, né sulla Coeme srl. Se avessero preventivamente fatto queste indagini invece, gli inquirenti avrebbero facilmente scoperto che, Emmedue e Coeme srl, rappresentano solo il frutto della storia imprenditoriale di mio padre e del geometra Gennaro Muraca (padre degli indagati Francesco e Pierpaolo Muraca) iniziata nel 1969, ossia quando ancora Pietro Iannazzo (classe 1976) non era neppure nato! Se gli inquirenti, prima di chiedere gli arresti di tutti noi, avessero reperito gli atti contabili, fiscali, notarili e bancari, avrebbero agevolmente scoperto come il patrimonio delle due Società si fosse, in oltre 40 anni di Lavoro Onesto, lecitamente formato, rendendo l’ipotesi di intestazione fittizia delle Società stesse, non solo infondata, ma addirittura grottesca! Sono bastate, al contrario, poche telefonate, interpretate maldestramente dagli organi di polizia, a far scattare la richiesta di arresti. Poche telefonate, nessuna delle quali, però, riguardanti direttamente, né me, né mio padre, né la maggior parte dei predetti indagati. I giudici lametini hanno, infatti, chiesto e disposto il mio arresto, quello di mio padre e quello della maggior parte degli altri indagati, non perché intercettati direttamente a dire chissà cosa, ma solo perché presenti (in quanto titolari delle quote sociali), su una visura della Camera di commercio. Per il criterio adottato, in altre parole, se, dalla visura camerale, l’Emmedue srl o la Coeme srl fossero risultate intestate, in tutto o in parte, al sig. Pinco Pallino o al Presidente della Repubblica Italiana, si sarebbe chiesto e disposto anche il loro arresto, in spregio al principio, costituzionalmente garantito, della responsabilità penale personale! La totale estraneità alle accuse è stata, perciò, chiarita mediante la ricostruzione della vita delle due Società compiuta dal nostro legale (l’avvocato Lucio Canzoniere del Foro di Lamezia) e dal nostro consulente (il dottore commercialista Aldo Larizza di Reggio Calabria), in tempi che, seppur giudiziariamente “brevi” (19 mesi), per noi sono stati un interminabile tormento. Il 15 dicembre del 2010 veniamo arrestati e, contemporaneamente si sequestrano la Emmedue srl e la Coeme srl. Quindici giorni agli arresti domiciliari (nel corso dei quali mi sono anche sposata, il 18 dicembre, non mi dilungo volutamente sul “fatto” visti i deplorevoli pettegolezzi circolati sulla stampa). Il 30 dicembre 2010 il Tribunale del Riesame di Catanzaro revoca gli arresti per carenza di gravi indizi. Il 7 ottobre 2011 la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso proposto dal Pm
contro la revoca degli arresti. Il 13 dicembre 2011 la Emmedue srl viene dissequestrata dal Tribunale del Riesame di Catanzaro e, pochi mesi dopo, viene svincolata anche la Coeme srl. Il 25 luglio 2012 il caso viene archiviato! Ma sull’epilogo del caso, silenzio stampa pressoché assoluto. Come nelle migliori occasioni, prima travolti dalla macchina del fango e, poi, ma chissenefrega! Questa, in estrema sintesi, è la storia dell’inchiesta Delta, senza timore di smentite vista l’archiviazione su istanza dello stesso Pm e con provvedimento dello stesso Gip che, all’epoca, avevano disposto gli arresti. La storia di un’ennesima ingiustizia perpetrata dalla giustizia italiana che poteva evitarsi facendo buon governo dei poteri che la legge conferisce agli organi inquirenti e giudiziari dell’ordinamento italiano. Da cittadina perbene (quale io sono e sono sempre stata, anche in tal caso senza alcun timore di smentite!), mi aspetterei, non di essere arrestata preventivamente, ma di essere indagata preventivamente: chiamata, interrogata, interpellata, pedinata, perquisita, scannerizzata e, se ritenuta colpevole sulla base di indizi gravi, arrestata! Nell’operazione Delta, tutto questo è avvenuto al contrario! Da cittadina perbene, mi aspetterei, inoltre, che, dopo un errore giudiziario così clamoroso, gli eventuali responsabili, invece che avanzare di carriera, fossero chiamati a rendere il conto del loro operato innanzi alla Giustizia, se non altro per gli sprechi di danaro pubblico, magari sottratto ad altre indagini più impellenti: basti pensare che, nell’operazione Delta, sono stati impiegati, per i soli arresti, 150 poliziotti e che lo Stato si troverà a dovere corrispondere il compenso professionale ai due custodi giudiziari rimasti in carica, presso le Società, per oltre un anno. Da cittadina perbene, vorrei, altresì, che lo Stato, nella sacrosanta lotta contro le mafie, avesse maggior rispetto per realtà imprenditoriali sane come la Emmedue srl e la Coeme srl, costruite, difese e consolidate, con il sacrificio, la passione ed il duro lavoro di oltre 40 anni, in una terra difficile del Mezzogiorno d’Italia, in quella Calabria senza speranze, in quella Calabria da cui tutti scappano perché lavoro non ce n’è! Oltre agli inestimabili danni morali personali, l’operazione Delta ha causato, infatti, perdite economiche ingenti per le due Società e, soprattutto, il licenziamento di 30 dei 53 dipendenti regolarmente assunti, tutti peraltro appartenenti a famiglie monoreddito. Queste persone, sono vittime dell’ingiustizia perpetrata dall’inchiesta Delta tanto quanto noi! Mi aspetterei, pertanto che lo Stato tutelasse, allo stesso modo e con il medesimo rigore, le vittime della criminalità e le vittime degli errori giudiziari giacché l’offesa alla dignità, all’integrità morale, all’immagine ed al patrimonio dell’una e dell’altra vittima hanno la stessa, identica intensità. Essere semplicemente accostati al termine mafia per chi, come me o come mio padre, ha sempre fatto della legalità, della trasparenza, della serietà, dell’integrità morale e della correttezza la propria linfa vitale, provoca, non solo un’offesa alla dignità ed un’onta insopportabile, ma un vero e proprio terremoto morale ed emotivo che annulla ogni certezza. Se le istituzioni che avrebbero dovuto tutelarti ti privano della libertà senza alcun motivo, come fai a fidarti ancora di quelle istituzioni? Ma se lo Stato offrisse maggiori garanzie di ristoro, morale e materiale, alle vittime degli errori giudiziari, evitandone l’oblio e perseguendo, con strumenti efficaci, le eventuali responsabilità, la Giustizia continuerebbe ad essere sentita, come un valore assoluto e la fiducia nelle istituzioni verrebbe recuperata da quei cittadini che, le istituzioni stesse, hanno gravemente leso senza motivo. Ovviamente determinate aspettative resteranno solo utopie fintanto che una radicale Riforma della Giustizia venga davvero realizzata. Ma se almeno lo Stato, attraverso le istituzioni competenti, iniziasse a chiedere ufficialmente scusa alle vittime e ai relativi familiari delle tante vicende di errori giudiziari, non tutte eclatanti come il caso Tortora, sarebbe un primo importante segnale per ricominciare a credere in uno Stato Giusto che tutela il Cittadino Giusto.
Caterina Misuraca