Benincasa_Teresa3fotinoLamezia Terme, 26 maggio 2011 - Riceviamo e pubblichiamo. Le espressioni del procuratore Salvatore Vitello ci interrogano silenziosamente e profondamente: “io chiedo alla città che questa sera non c'è...ma dov'è la città? E' una riunione conviviale...! Ma dov'è la città?”. sollecitata da un altoparlante nella piccola sala consiliare di Nicastro per ricordare l’uccisione di due dipendenti comunali, Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano, avvenuta nel quartiere Miraglia di Sambiase nel 1991, la città non ha manifestato la sua presenza: perché? Nel ’91 la reazione a quell’uccisione barbara fu enorme, la città premeva per farsi sentire e si fece valere. Con il risultato che la riorganizzazione della gestione della raccolta e smaltimento rifiuti diventò il banco di prova dell’amministrazione che seguì allo scioglimento del Comune e sicurezza per i lavoratori, legalità per le strade pulite fu il binomio dell’Amministrazione Lo Moro. Di quella gestione legale dei rifiuti sono state mantenute le forme e le parole. Ma i benefici sono scemati,  la realtà racconta di strade trasformate in discarica, nonostante gli alti costi della gestione. Il loro sacrifico, a mio avviso, alla comunità esige soprattutto una consapevolezza inossidabile sul fatto che la macchina comunale non è priva di conseguenze sulla vita delle persone; che senza regole e controllo ci sono settori pubblici che si trasformano in motori di illegalità e violenza barbarica; che senza discernimento ci sono lotte destinate alla sconfitta... E ci sono sconfitte che corrompono lo spirito della comunità perché sottraggono fiducia nel cambiamento autentico. La città non all’invito di sentire parlare di una vicenda caduta nell’oblio ha dato una risposta. Prevedibile dai segnali perché i più hanno detto no al solito rituale. A Lamezia non si riesce che a parlare di mafia senza operare e dimostrare di saper unire le forze per sconfiggere le condizioni che la favoriscono: la città è stanca. La povertà cresce nelle famiglie e i ragazzi, con i loro padri, sono a spasso alla ricerca di un lavoro. Il carisma anti-mafia del sindaco Speranza è innegabile ma non può bastare. Nella città sono assenti i fatti, o se volete i frutti. La percezione che dei morti ammazzati si faccia un uso politico ha vanificato una ricorrenza che merita di essere vissuta con verità e pienezza.  L’imprevisto che ha rilanciato il senso della commemorazione di Tramonte e Cristiano è stato la presenza fuori programma del procuratore: “ma dov'è la città?”. I motivi vanno indagati. La distanza della gente verso le ipocrisie e i luoghi simbolo delle sconfitte, potrebbe essere un monito. Personalmente ho avuto modo di conoscere da vicino il dolore di una delle famiglie rimaste sole a reclamare verità e giustizia, e ho sperimentato la pena che infligge un mondo sordo sulla vita delle persone.  Il 16 novembre 2010,   in una seduta di consiglio comunale che riguardava la problematica dei rifiuti e l’attuale gestione della Multiservizi, stigmatizzai alcuni interventi che evocando “la vicenda dei due netturbini uccisi” omettevano di ricordare i nomi delle persone. Ho dedicato qualche minuto su questa riflessione. Perché la Storia insegna che la memoria meccanica, privata cioè di identità e vestita di verità storicamente diverse, può essere molto rischiosa. A Lamezia Terme, a seguire questa marcia anti-mafia come un rito porta fortuna per la politica, corre la sensazione di essere deviati dal diritto di essere guidati come persone normali e non come un branco di carismatici. Non accade da molto tempo di essere amministrati, attraverso scelte pubbliche responsabili, che possono incidere favorevolmente sulla vita di noi cittadini. Questa filosofia del carisma anti-mafia del sindaco di una città sciolta per mafia ha prodotto conseguenze infelici e pericolose. Perché politicamente allontana la possibilità di misurarci sul piano reale con i problemi reali, e quindi “scegliere”. E inquina l’umanità e la cultura del popolo lametino con un diluvio delle “filosofesserie” con le quali sono particolarmente infarciti i programmi culturali, in buona fede, s’intende. Tra questi il “Festival della mafia” lampeggia tre buoni motivi per deporre la rassegnazione della società lametina e organizzare una critica democratica a quello che non piace, spiegando perché. A chiare lettere spiego perché il sindaco dovrebbe revocare il programma denominato “Festival della mafia”: 1) evoca curiosità e fascino nelle nuove generazioni verso la mafia 2) deprime la Lamezia in un ruolo da palcoscenico e 3) stupidisce le persone. Ci sono aspetti che vanno considerati con un confronto serio e aperto con i rappresentati istituzionali perché la città non è orfana di cultura.  Questa “filosoferia” va arginata perché a mio avviso ci rende ostaggio di una cultura senza senso. E radica istituzioni Gattopardo in cui i cambiamenti si organizzano, anche democraticamente, e collaborazionisticamente con l’effetto di tenere il popolo al guinzaglio…nelle trame di una tela invisibile. La stessa che ha avvolto la vita di Tramonte e Cristiano,  e camuffa il volto di una città che merita parole chiare e fatti chiarissimi.  Confido nella possibilità che sul punto si possa aprire una discussione responsabile in Consiglio comunale, perché il sentimento della città sia tenuto in considerazione. Prima di deliberare a spese dei cittadini. Chiedo allo scopo un Consiglio comunale aperto.

 

Teresa Benincasa

Consigliera comunale Pdl, Lamezia Terme